Michele Cascella
Come l’artista che la occupa questa stanza è intenzionalmente semplice. Con eleganza civettuola, si distingue per i dipinti che ospita, la superba vista sul Gran Vernel, la boiserie in rovere e i preziosi elementi di design messi in evidenza dalla luce naturale di giorno e dal fuoco del caminetto, la sera. Dentro la pace, fuori le nevi eterne della Marmolada.
- Caminetto elettrico a vapore
- Balcone privato con vista sulle montagne
- Doccia con cromoterapia
- Materassi di alta qualità
- Minibar e cassaforte
- Smart Tv multilingua
- Pavimenti in legno
- Selezione di frutta all’arrivo
- Pillow menu con selezione di cuscini
- Soffice coperta
- Linea cortesia con prodotti naturali di alta gamma
- Bollitore e selezione di infusi, tè e caffè
- Confortevoli accappatoi, asciugamani, teli sauna e pantofole
- Rete Wi-Fi ad alta velocità, a banda larga in fibra ottica
- Servizio di Housekeeping due volte al giorno
Michele Cascella
Formatosi artisticamente sotto la guida del padre, tiene la sua prima mostra personale nel 1907 presso la Famiglia Artistica Milanese.
Negli anni successivi e fino alla Prima Guerra Mondiale – alla quale poi parteciperà – a Parigi allestisce una mostra presso la Galleria Druet e partecipa al Salon d’Automne; espone a Roma presso il Teatro dell’Opera e collabora con il padre Basilio alla Grande Illustrazione Italiana con disegni e opere grafiche, esponendo anche a Milano.
Dopo la guerra, nel 1919, conosce Carlo Carrà, il quale lo aiuta a trasferire la sua mostra personale tenuta a Roma presso la Galleria Bragaglia nella Galleria Lidel di Milano, città dove l’anno successivo si trasferisce stabilmente. Qui frequenta il poeta Clemente Rebora, ispiratore di alcune sue opere.
Tra la fine degli anni ’20 viaggia in Italia e a Parigi, ottenendo qui nel 1937 la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale. Tornato a Milano, realizza le scenografie per l’opera lirica Margherita da Cortona, rappresentata alla Scala.
La Biennale di Venezia lo vede partecipe ininterrottamente dal 1928 al 1942 e nel 1948 avrà anche la sua sala personale.
Trasferitosi a Portofino alla fine degli anni ’30, si ispirerà in più tarda età all’incantevole località ligure per molte sue opere.
Negli anni ’50 realizza una quarantina di disegni per la Società Italiana di Ceramica di Laveno; la serie è intitolata L’Italia vista da Michele Cascella ed è utilizzata per la decorazione di pregiati servizi da tavola.
Nel dopoguerra espone a livello internazionale a Parigi, Buenos Aires, Montevideo e negli Stati Uniti, dove si trasferisce per un lungo periodo, alternandosi con l’Italia e in particolare con i dintorni di Colle Val d’Elsa, in campagna.
I soggetti preferiti da Cascella sono i campi di grano, papaveri e fiori in genere, paesaggi d’Abruzzo e vedute di Portofino.
Il talento di colorista di Cascella è evidente fin dalle opere giovanili, quali Primavera presso Ortona, Figure sulla Pescara, Trabocco di San Vito, tra le più moderne del panorama artistico italiano contemporaneo.
Successivamente la sua produzione assume un valore simbolista, con sperimentazioni impressionistiche, come nelle opere La Giacca Rossa e Giallo e Verde del 1918.
La definizione di pittore paesaggista crepuscolare, in antitesi agli eccessi di un intellettualismo elitario, non è riduttiva: è anzi la prova dello stile personalissimo di Cascella, immune dalle correnti pittoriche avanguardiste del ’900.
Le opere di Cascella, non solo pittoriche ma comprendenti anche serigrafie, acqueforti, litografie e cromolitografie, sono esposte nei più prestigiosi musei in Italia e all’estero; tra questi il Victoria & Albert Museum di Londra, il Jeu de Paume a Parigi, il Musée d’Art Moderne a Bruxelles e la galleria dell’Università di Santa Clara in California.
Di notevole importanza sono anche i suoi ritratti di donne, realizzati con raffinate tecniche prefuturiste.
“Quando Michele Cascella decise di diventare artista, il padre Basilio, mostrandogli colori e pennelli, gli disse che avrebbe imparato cos’è la pittura il giorno in cui sarebbe stato capace di dipingere l’aria. Michele non se lo dimenticò mai, cercò sempre di raggiungere quell’obiettivo. Quando ci riuscì, da buon individualista, non lo disse a nessuno. Gli bastava la sua soddisfazione, intima, mai esibita. Io continuo a occuparmi di Michele Cascella perché la sua arte continui a vivere.”
“Vituperato in vita perché troppo indulgente nei confronti della popolarità, perché troppo ‘commerciale’, come si diceva allora, Cascella si prende ora le sue rivincite. Diciannove anni dalla morte sarebbero bastati a spazzarlo via non solo dalla memoria dei critici, ma anche del grande pubblico. E invece, eccolo ancora fra noi, eccoci ancora ad occuparci di lui. Della sua arte intenzionalmente semplice, votata a individuare un’idea istintiva del bello, di quanto più larga condivisione possibile, quasi francescana nel concepire il senso della natura, un sermo communis per il quale una marina è sempre una marina e un fiore un fiore.”
Michele Cascella
Formatosi artisticamente sotto la guida del padre, tiene la sua prima mostra personale nel 1907 presso la Famiglia Artistica Milanese.
Negli anni successivi e fino alla Prima Guerra Mondiale – alla quale poi parteciperà – a Parigi allestisce una mostra presso la Galleria Druet e partecipa al Salon d’Automne; espone a Roma presso il Teatro dell’Opera e collabora con il padre Basilio alla Grande Illustrazione Italiana con disegni e opere grafiche, esponendo anche a Milano.
Dopo la guerra, nel 1919, conosce Carlo Carrà, il quale lo aiuta a trasferire la sua mostra personale tenuta a Roma presso la Galleria Bragaglia nella Galleria Lidel di Milano, città dove l’anno successivo si trasferisce stabilmente. Qui frequenta il poeta Clemente Rebora, ispiratore di alcune sue opere.
Tra la fine degli anni ’20 viaggia in Italia e a Parigi, ottenendo qui nel 1937 la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale. Tornato a Milano, realizza le scenografie per l’opera lirica Margherita da Cortona, rappresentata alla Scala.
La Biennale di Venezia lo vede partecipe ininterrottamente dal 1928 al 1942 e nel 1948 avrà anche la sua sala personale.
Trasferitosi a Portofino alla fine degli anni ’30, si ispirerà in più tarda età all’incantevole località ligure per molte sue opere.
Negli anni ’50 realizza una quarantina di disegni per la Società Italiana di Ceramica di Laveno; la serie è intitolata L’Italia vista da Michele Cascella ed è utilizzata per la decorazione di pregiati servizi da tavola.
Nel dopoguerra espone a livello internazionale a Parigi, Buenos Aires, Montevideo e negli Stati Uniti, dove si trasferisce per un lungo periodo, alternandosi con l’Italia e in particolare con i dintorni di Colle Val d’Elsa, in campagna.
I soggetti preferiti da Cascella sono i campi di grano, papaveri e fiori in genere, paesaggi d’Abruzzo e vedute di Portofino.
Il talento di colorista di Cascella è evidente fin dalle opere giovanili, quali Primavera presso Ortona, Figure sulla Pescara, Trabocco di San Vito, tra le più moderne del panorama artistico italiano contemporaneo.
Successivamente la sua produzione assume un valore simbolista, con sperimentazioni impressionistiche, come nelle opere La Giacca Rossa e Giallo e Verde del 1918.
La definizione di pittore paesaggista crepuscolare, in antitesi agli eccessi di un intellettualismo elitario, non è riduttiva: è anzi la prova dello stile personalissimo di Cascella, immune dalle correnti pittoriche avanguardiste del ’900.
Le opere di Cascella, non solo pittoriche ma comprendenti anche serigrafie, acqueforti, litografie e cromolitografie, sono esposte nei più prestigiosi musei in Italia e all’estero; tra questi il Victoria & Albert Museum di Londra, il Jeu de Paume a Parigi, il Musée d’Art Moderne a Bruxelles e la galleria dell’Università di Santa Clara in California.
Di notevole importanza sono anche i suoi ritratti di donne, realizzati con raffinate tecniche prefuturiste.
“Quando Michele Cascella decise di diventare artista, il padre Basilio, mostrandogli colori e pennelli, gli disse che avrebbe imparato cos’è la pittura il giorno in cui sarebbe stato capace di dipingere l’aria. Michele non se lo dimenticò mai, cercò sempre di raggiungere quell’obiettivo. Quando ci riuscì, da buon individualista, non lo disse a nessuno. Gli bastava la sua soddisfazione, intima, mai esibita. Io continuo a occuparmi di Michele Cascella perché la sua arte continui a vivere.”
“Vituperato in vita perché troppo indulgente nei confronti della popolarità, perché troppo ‘commerciale’, come si diceva allora, Cascella si prende ora le sue rivincite. Diciannove anni dalla morte sarebbero bastati a spazzarlo via non solo dalla memoria dei critici, ma anche del grande pubblico. E invece, eccolo ancora fra noi, eccoci ancora ad occuparci di lui. Della sua arte intenzionalmente semplice, votata a individuare un’idea istintiva del bello, di quanto più larga condivisione possibile, quasi francescana nel concepire il senso della natura, un sermo communis per il quale una marina è sempre una marina e un fiore un fiore.”



